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Art. 11 L'italia ripudia la guerra - 10.09.06


11 settembre: Un quinto anniversario che brucia
La guerra in un mondo, dove gli spiragli di Pace sono sempre di meno, e dove la diplomazia latita. Per non dimenticare che l’11 settembre 1973 in Cile venne fatto altrettanta violenza contro la Democrazia

Il numero degli attentati nel mondo, dopo l'inizio della cosiddetta guerra al terrorismo, è aumentato del 400%; al-Qaida è passata da 20.000 a 50.000 uomini; in Iraq, dai 200 attacchi settimanali si è a oltre 600; la Corea del Nord ha quadruplicato il suo arsenale nucleare; l'America è meno sicura che in passato. Per rispondere al presidente americano, che ieri ha speso 5500 parole - ripetendo quasi 60 volte le parole terrorismo, terroristi o terrore e altre decine di volte al-Qaeda, Bin Laden e Zawahiri - con cifre alla mano si sono mobilitati in tanti in America, dalla stimata Brookings Institution all'organizzazione di ricerca 'Third Way' a numerosi esponenti politici tra cui l'ex-comandante supremo delle forze alleate in Europa,

Wesley Clark.
" Per parlare chiaro - ha detto quest'ultimo - l'invasione dell'Iraq è stato un errore, una gaffe strategica, un passo gigantesco nella direzione sbagliata". Harry Reid, capo dell'opposizione democratica al Senato ha aggiunto: "Abbiamo tirato la corda dell'esercito fino a un punto che non si raggiungeva dal tempo della guerra in Vietnam". Spietate sono le 30 pagine diffuse, anche in internet, da "Third Way" con grafici, analisi e confronti tra affermazioni presidenziali passate e realtà della situazione attuale in Iraq, in Afghanistan e rispetto al terrorismo in genere; valga un dato per tutti: mentre nel 2003, il totale degli attacchi terroristici registrati nel mondo dai competenti uffici statunitensi era stato 175, nel 2004 era 3194 per salire a 11.111 nel 2005.
Nell'approssimarsi del quinto anniversario della distruzione delle Torri Gemelle di New York e delle importanti elezioni di "mezzo termine" a novembre, la Casa Bianca e l'opposizione hanno appena cominciato una battaglia di cifre, parole e analisi che può raggiungere il calor bianco a causa di un documento firmato da 75 docenti e scienziati americani del gruppo "9/11 Scholars for Truth" (Studiosi per la verità) in cui si afferma che l'attacco alle Torri fu in realtà un "inside job", un lavoro interno, tutto americano, orchestrato dal 'Project for a New American Century', organizzazione di neo-conservatori che avevano programmato l'attacco come scusa per attaccare Afghanistan, Iraq e quindi, più tardi, l'Iran copme tappe di un progetto per l'accaparramento di risorse petrolifere e la sottomissione del mondo.
Il professor Steven Jones, che insegna fisica alla Brigham Young University nello stato dello Utah, definisce la versione ufficiale dell'attacco "il più grande e perverso 'cover up' della storia" e chiede formalmente al Congresso, insieme ai suoi colleghi, una riapertura dell'inchiesta per esibire l'enorme quantità di prove scientifiche già raccolte a sostegno del loro punto di vista. Kevin Barrett dell'Università del Wisconsin aggiunge: "La gente scarta anche l'evidenza se fa a pezzi la sua fiducia; quando la voce dell'autorità ci disse quello che era accaduto, tutti volemmo crederci". Forse è anche per questo motivo che - mentre assumono uno 'status accademico' teorie finora per lo più ridicolizzate - il clima del dibattito politico americano sembra surriscaldarsi.
A cominciare dal discorso presidenziale di ieri che riserva al Medio Oriente gli ultimi sei dei suoi 60 paragrafi, al di là del duro attacco all'Iran, quasi bersaglio di una sorta di "terrorismo verbale" e anche al di là anche dello scontro politico-elettorale che in caso di vittoria dei democratici renderebbe il presidente "un'anatra zoppa", per dirla con gli americani. "L'esperienza dell'11 settembre ha chiarito, sulla distanza, che l'unico modo di rendere sicura la nostra nazione è cambiare il corso del Medio Oriente" si legge quando alla fine del discorso mancano 40 delle circa 400 righe complessive. E da qui in avanti, incrociato con al Qaida, talebani, musulmani buoni contro musulmani cattivi, guerra fredda, nazismo tedesco e comunismo sovietico - e spolverato con dosi abbondanti di libertà e democrazia a stelle e strisce - il tema del Medio Oriente, che era stato toccato anche in parti precedenti del discorso - assume speciale rilevanza.
" Questa volta - ha detto il presidente a 16 righe dalla fine - la battaglia si sviluppa in una nuova regione, "the broader Middle East", il Medio Oriente allargato. Questa volta non attenderemo che i nostri nemici si rafforzino. Questa volta li confrontiamo prima che ottengano la capacità di infliggere danni indicibili al mondo…". In precedenza, l'Iran era stato paragonato ad al Qaeda e agli estremisti sunniti; a carico di Hezbollah erano stati ricordati due attentati contro americani con 241 vittime a Beirut nel 1983 e altre 19 in Arabia Saudita nel 1996. Tutto ben miscelato nel "broader Middle East" popolato da estremisti sanguinari da punire (ma solo quelli di un versante) e moderati succubi e obbedienti da blandire, senza mai nemmeno prendere in considerazione occasioni di dialogo, meno che mai prima che gli estremisti e i fondamentalisti diventino terroristi.
Il 'nuovo grande Medio Oriente', da anni paranoia ideologica (e petrolifera) dei neo-conservatori statunitensi strettamente collegati alla destra più intransigente di Israele, emerge in maniera esplicita come scenario geopolitico che tutto può includere - da Gaza a Kabul, ma soprattutto da Damasco a Teheran - in una mega confrontation non solo minacciata ma in pratica già in qualche modo attuata in 34 giorni di guerra israeliana (e armi americane aviotrasportate, incluse bombe a grappolo, attraverso l'Inghilterra) nel sud del Libano e fin sul confine siriano. Una reazione più che sproporzionata, come alcuni ebbero il coraggio di dire in luglio, in risposta alla cattura di due militari israeliani in una zona di confine. Che ha comportato 1200 vittime, migliaia di feriti, infrastrutture chiave e 15.000 fabbricati distrutti, ruderi oggi disseminati di pericolosi ordigni tuttora attivi. Come sproporzionato è il martellamento tuttora in corso a Gaza - 200 palestinesi uccisi in due mesi - dopo la cattura di un altro militare di Tel Aviv. "Immaginiamo un Medio Oriente - dice il presidente al principio del penultimo paragrafo - in cui le genti del Medio Oriente hanno governi che onorano la loro dignità, liberano la loro creatività e contano i loro voti". Sembra non sapere che Hamas e Hezbollah, quali che siano le loro responsabilità, sono stati eletti da quelle genti perché, in decenni di generale disperazione in gran parte dovuta alla politica di Tel Aviv (coloni, posti di blocco, invasioni), proprio quei due movimenti che Washington definisce ufficialmente "terroristi" hanno costituito un'ancora sociale minima per la sopravvivenza dei più. Sembra non rendersi neppure conto che proprio durante questi anni di cosiddetta "guerra al terrorismo" sia Hamas sia Hezbollah hanno strappato maggiori consensi e insperata legittimità agli occhi di molti ( e ancor più da quest'ultima guerra), mentre in Iraq e in Afghanistan non si riesce davvero a 'esportare democrazia' nemmeno con le armi. "L'unica strategia valida è la ricerca di accordi - ha scritto l'ex-primo ministro francese Michel Rocard in un articolo per il quinto anniversario dell'11 settembre - con i popoli e i governi di queste nazioni (musulmane, ndr) e dei loro dirigenti (...) per isolare i militanti irriducibili (...) Lungo e difficile, ma non c'è alternativa". Dopo aver affermato che la "rigidità e la brutalità dell'attitudine americana" hanno impedito finora qualsiasi possibile e ragionevole negoziato sulla situazione mediorientale, Rocard conclude: "La forza non può fare tutto. La comunità internazionale si prepara a dire che l'Islam non è il nostro nemico e che il terrorismo va combattuto diversamente". Può valere anche per smascherare gli eventuali "inside jobs"?

Pietro Mariano Benni
direttore agenzia Misna

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