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Newroz e Questione kurda - 09.09.06

Il Kurdistan iracheno, oggi
Qual’è la situazione politica di una regione che lotta da sempre per la propria autonomia

Il Kurdistan iracheno ha, in direzione nordovest-sudest, due spine dorsali: in pianura il corso dei fiumi, Tigri ed Eufrate, in altura la catena dei Monti Zagros, che demarca altresì il confine tra Irak e Iran. La Regione Kurda è autonoma, ma federata nel nuovo stato iracheno del dopo-Saddam. Essa comprende 3 delle 18 province irachene.
Si sente parlare di stragi a Baghdad e a Basra e si è portati a pensare che il nord dell'Irak sia invece un'oasi di pace: se lì non alberga la violenza come altrove, non vi manca tuttavia il fermento.
Il quotidiano tedesco S?ddeutsche Zeitung (5 settembre) riferisce d'una disputa delle bandiere: il tricolore iracheno (rosso, bianco e nero, con tre stelle al centro), ricorda troppo ai kurdi le stragi subite in passato per mano del regime di Saddam; pertanto il Presidente della Regione Kurda, Barzani, propone di accantonarlo ed esporre, nell'area, solo il vessillo kurdo (tre strisce orizzontali, di colore rosso, bianco e verde, oltre a un sole giallo che campeggia al centro).
"È un atto aggressivo e ostile verso Baghdad", ha replicato il Presidente iracheno Talabani (attenzione: è anche lui kurdo!).
È evidente che da una mera disputa sulle bandiere si potrebbe ben presto giungere a rivendicazioni indipendentiste. Barzani sa bene che, qualora ardisse giungere a ciò, la stragrande maggioranza dei kurdi iracheni che abitano l'area (sono circa 5 milioni) lo sosterrebbe; è memore che nel referendum (non ufficiale, ma tollerato) tenutosi lo scorso anno nell'area kurda, in contemporanea alle elezioni nazionali, la popolazione, con percentuale ben superiore al 90%, si espresse in favore d'uno stato kurdo.
La geopolitica indurrà probabilmente alla prudenza. Lo scorso anno Turchia e Iran si accordarono per debellare, con operazioni militari coordinate, i rispettivi movimenti separatisti kurdi (Ankara ha nel mirino principalmente il PKK/Kongra-Gel, Teheran osteggia il PJAK).
Ora la Turchia ammassa ingenti truppe nelle estreme province sud-orientali (??rnak soprattutto, ma anche Hakkari), l'Iran colpisce i kurdi attestati nelle aree montuose di confine con Irak e Turchia. Inoltre, in territorio nord-iracheno vi è il Monte Qandil: vi sorge il campo base dei guerriglieri dell'HPG (Forze di Difesa Popolare) e la Turchia ambisce (con l'aiuto iraniano) a compiere operazioni militari nell'area per debellarli.
Non esiterà a farlo, qualora nasca uno stato kurdo nel nord dell'Irak: ciò, del resto, stimolerebbe rivendicazioni indipendentiste anche tra i kurdi che vivono in Turchia e in Iran; attualmente, però, Ankara è frenata dalla presenza militare statunitense in Irak.
Gli USA, oltre a tutelare interessi nazionali strategici, dovrebbero perseguire con serietà l'obiettivo della democratizzazione e ricordarsi d'un imperativo morale nei confronti dei kurdi: lo sostiene l'ex Ambasciatore (statunitense!) Peter Galbraith (Herald Tribune, 5 settembre), che rammenta, soprattutto al Ministro della Difesa Rumsfeld, che nella primavera 2003 furono citati i massacri con armi chimiche, compiuti da Saddam nei confronti dei kurdi anni prima, come uno dei motivi principali alla base della campagna militare volta a rimuovere il dittatore iracheno.
La memoria di Galbraith non è selettiva, bensì eccellente: nel 1983 l'Amministrazione Reagan ritenne d'importanza strategica un'apertura verso l'Irak, allora impegnato nella guerra contro l'Iran dell'Ayatollah Khomeini; in dicembre 1983 (e tre mesi dopo) Rumsfeld in persona fece visita a Saddam a Baghdad. Già in novembre, però, Saddam aveva cominciato a utilizzare gas venefici: inizialmente contro le truppe iraniane, poi (a partire dal 16 marzo 1988, con la famigerata strage nel villaggio di Halabja: 5000 morti!) anche contro i kurdi. L'Amministrazione Reagan tese a far finta di nulla.
La conseguenza fu tragica: il 25 agosto (le ostilità armate tra Irak e Iran erano terminate cinque giorni prima!) le truppe irachene attaccarono ben 48 villaggi kurdi iracheni, senza che vi fosse più alcun legame con il conflitto contro Teheran. Il Senato di Washington si mosse: una proposta di legge chiedeva d'interrompere l'appoggio finanziario all'Irak e applicare sanzioni commerciali per punire Baghdad per il ricorso alle armi chimiche.
La proposta non fu mai convertita in legge vigente: l'Amministrazione Reagan acconsentì a riconoscere che Saddam Hussein era ricorso ai gas per colpire i kurdi, ma si oppose all'imposizione di sanzioni, poiché ancora riteneva l'Irak un partner mediorientale strategico: un utile "contrappeso" all'Iran.
Così la storia proseguì, almeno fino alla primavera del 2003. Finalmente, da luglio 2006, Saddam Hussein è sotto processo a Baghdad, per le nefande iniziative che intraprese contro i cittadini iracheni di etnia kurda.

Giovanni Caputo

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