Il Kurdistan
iracheno, oggi
Qual’è la situazione politica di una
regione che lotta da sempre per la propria autonomia
Il Kurdistan iracheno
ha, in direzione nordovest-sudest, due spine dorsali:
in pianura il
corso dei fiumi, Tigri ed Eufrate, in altura la catena
dei Monti Zagros, che demarca altresì il confine
tra Irak e Iran. La Regione Kurda è autonoma,
ma federata nel nuovo stato iracheno del dopo-Saddam.
Essa comprende 3 delle 18 province irachene.
Si sente parlare di stragi a Baghdad e a Basra e si è portati
a pensare che il nord dell'Irak sia invece un'oasi
di pace: se lì non alberga la violenza come
altrove, non vi manca tuttavia il fermento.
Il quotidiano tedesco S?ddeutsche Zeitung (5 settembre)
riferisce d'una disputa delle bandiere: il tricolore
iracheno (rosso, bianco e nero, con tre stelle al centro),
ricorda troppo ai kurdi le stragi subite in passato
per mano del regime di Saddam; pertanto il Presidente
della Regione Kurda, Barzani, propone di accantonarlo
ed esporre, nell'area, solo il vessillo kurdo (tre
strisce orizzontali, di colore rosso, bianco e verde,
oltre a un sole giallo che campeggia al centro).
"È
un atto aggressivo e ostile verso Baghdad", ha
replicato il Presidente iracheno Talabani (attenzione: è anche
lui kurdo!).
È
evidente che da una mera disputa sulle bandiere si
potrebbe ben presto giungere a rivendicazioni indipendentiste.
Barzani sa bene che, qualora ardisse giungere a ciò,
la stragrande maggioranza dei kurdi iracheni che abitano
l'area (sono circa 5 milioni) lo sosterrebbe; è memore
che nel referendum (non ufficiale, ma tollerato) tenutosi
lo scorso anno nell'area kurda, in contemporanea alle
elezioni nazionali, la popolazione, con percentuale
ben superiore al 90%, si espresse in favore d'uno stato
kurdo.
La geopolitica indurrà probabilmente alla prudenza.
Lo scorso anno Turchia e Iran si accordarono per debellare,
con operazioni militari coordinate, i rispettivi movimenti
separatisti kurdi (Ankara ha nel mirino principalmente
il PKK/Kongra-Gel, Teheran osteggia il PJAK).
Ora la Turchia ammassa ingenti truppe nelle estreme
province sud-orientali (??rnak soprattutto, ma anche
Hakkari), l'Iran colpisce i kurdi attestati nelle aree
montuose di confine con Irak e Turchia. Inoltre, in
territorio nord-iracheno vi è il Monte Qandil:
vi sorge il campo base dei guerriglieri dell'HPG (Forze
di Difesa Popolare) e la Turchia ambisce (con l'aiuto
iraniano) a compiere operazioni militari nell'area
per debellarli.
Non esiterà a farlo, qualora nasca uno stato
kurdo nel nord dell'Irak: ciò, del resto, stimolerebbe
rivendicazioni indipendentiste anche tra i kurdi che
vivono in Turchia e in Iran; attualmente, però,
Ankara è frenata dalla presenza militare statunitense
in Irak.
Gli USA, oltre a tutelare interessi nazionali strategici,
dovrebbero perseguire con serietà l'obiettivo
della democratizzazione e ricordarsi d'un imperativo
morale nei confronti dei kurdi: lo sostiene l'ex Ambasciatore
(statunitense!) Peter Galbraith (Herald Tribune, 5
settembre), che rammenta, soprattutto al Ministro della
Difesa Rumsfeld, che nella primavera 2003 furono citati
i massacri con armi chimiche, compiuti da Saddam nei
confronti dei kurdi anni prima, come uno dei motivi
principali alla base della campagna militare volta
a rimuovere il dittatore iracheno.
La memoria di Galbraith non è selettiva, bensì eccellente:
nel 1983 l'Amministrazione Reagan ritenne d'importanza
strategica un'apertura verso l'Irak, allora impegnato
nella guerra contro l'Iran dell'Ayatollah Khomeini;
in dicembre 1983 (e tre mesi dopo) Rumsfeld in persona
fece visita a Saddam a Baghdad. Già in novembre,
però, Saddam aveva cominciato a utilizzare gas
venefici: inizialmente contro le truppe iraniane, poi
(a partire dal 16 marzo 1988, con la famigerata strage
nel villaggio di Halabja: 5000 morti!) anche contro
i kurdi. L'Amministrazione Reagan tese a far finta
di nulla.
La conseguenza fu tragica: il 25 agosto (le ostilità armate
tra Irak e Iran erano terminate cinque giorni prima!)
le truppe irachene attaccarono ben 48 villaggi kurdi
iracheni, senza che vi fosse più alcun legame
con il conflitto contro Teheran. Il Senato di Washington
si mosse: una proposta di legge chiedeva d'interrompere
l'appoggio finanziario all'Irak e applicare sanzioni
commerciali per punire Baghdad per il ricorso alle
armi chimiche.
La proposta non fu mai convertita in legge vigente:
l'Amministrazione Reagan acconsentì a riconoscere
che Saddam Hussein era ricorso ai gas per colpire i
kurdi, ma si oppose all'imposizione di sanzioni, poiché ancora
riteneva l'Irak un partner mediorientale strategico:
un utile "contrappeso" all'Iran.
Così la storia proseguì, almeno fino
alla primavera del 2003. Finalmente, da luglio 2006,
Saddam Hussein è sotto processo a Baghdad, per
le nefande iniziative che intraprese contro i cittadini
iracheni di etnia kurda.
Giovanni Caputo