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diritti - 30.04.05
Il sistema detentivo uccide ancora
Francesco Vedruccio, detenuto nel carcere di Sulmona, si è tolto la vita: è il settimo dal 2003
 
I suicidi in carcere stanno diventando in questi anni un problema sempre più serio, è notizia del 27 Aprile, dell'ennesimo suicidio. Francesco Vedruccio, un detenuto di 37 anni, di Squinzano (Lecce), si e' tolto la vita nel supercarcere di Sulmona. . Vedruccio, secondo una prima ricostruzione, si e' ucciso impiccandosi alla grata della finestra del bagno con il cordone della tuta. A scoprire il corpo senza vita dell'uomo e' stato il suo compagno di cella, insospettito per non averlo visto rientrare. L'allarme e' stato lanciato immediatamente, ma gli agenti di polizia penitenziaria del supercarcere una volta raggiunto l'interno del bagno hanno solo potuto constatarne la morte, ufficialmente dichiarata subito dopo dal medico del carcere. Vedruccio, in carcere per associazione per delinquere, avrebbe finito di scontare la sua pena nel 2010. Quello di mercoledi è il settimo suicidio che avviene in due anni nel supercarcere abruzzese, dal 14 ottobre del 2003. Qualche tempo prima, il 19 aprile 2003, venerdì Santo, a togliersi la vita, sparandosi un
colpo di pistola, fu la direttrice dello stesso istituto di pena, Armida Miserere. Ma il caso più eclatante si e' registrato il 16 agosto scorso con il suicidio del sindaco di Roccaraso (L'Aquila) Camillo Valentini finito in carcere nell'ambito di una vasta inchiesta su presunte irregolarità negli appalti per i lavori della Coppa del Mondo di sci a Roccaraso. Poi era toccato a Nunzio Gallo, 25 anni. Il 1 marzo Gallo, recluso nel settore di massima vigilanza del penitenziario, si era impiccato con dei lacci legati alla grata della sua cella. Inutili i soccorsi. Prima di lui, il 31 dicembre scorso, a Sulmona venne trovato impiccato Guido Cercola, 60 anni, che si era ucciso utilizzando i lacci delle scarpe. Nel novembre del 1992, Cercola era stato condannato all'ergastolo per l'attentato del 23 dicembre 1984 al rapido 904, strage nella quale morirono 16 persone ed altre 267 rimasero ferite. L'uomo era stato accusato di aver aiutato il presunto cassiere della mafia, Pippo Calò, ad organizzare l'eccidio.
I risultati di una ricerca condotta da Luigi Manconi, con la collaborazione di Barbara Palleschi, Patrizio Gonnella e Paolo Lecca, è pubblicata su "Politica del diritto", anno XXXIII, n.2, giugno 2002, hanno, evidenziato un dato allarmante, in carcere ci si ammazza 19 volte più di quanto ci si ammazza fuori dal carcere.
Un suicidio ogni cinque giorni nel 2001, oltre 250 negli ultimi quattro anni. Questi dati non si riferiscono a una regione e nemmeno a una grande città, ma ai detenuti nelle carceri italiane, dove ci si uccide con una frequenza molto maggiore rispetto alla media nazionale. Potrebbe sembrate scontato, visto che la detenzione comporta un tale impoverimento esistenziale da rendere preferibile la morte, a volte, piuttosto che il trascinarsi di una vita così opaca. Niente di più sbagliato. A uccidersi non sono quasi mai i detenuti con le pene più lunghe, le ragioni che portano un detenuto a togliersi la vita sono molto più complesse.
Nel carcere la precauzione solitamente adottata è rinchiudere questa persona in una cella liscia, un parallelepipedo senza nessun oggetto all'interno e nessun appiglio alle pareti. Ma anche in queste condizioni qualcuno riesce a uccidersi, annodandosi attorno al collo una striscia di stoffa strappata dalla camicia.
Se ci fosse maggiore attenzione ai messaggi che una persona in difficoltà lancia, forse si potrebbero evitate buona parte dei suicidi tra i detenuti. Il settimo caso di suicidio in 18 mesi, verificatosi nel supercarcere di Sulmona, conferma che l'esistenza delle strutture carcerarie non hanno nessuna utilità per i detenuti. Chiedo ancora a gran voce l'immediata chiusura dei carceri, con una maggiore sensibilizzazione verso una cultura della vita.

Josè Louis Ianniello

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