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diritti - 30.04.05
Festa dei lavoratori: ora le politiche per l'occupazione
Dai bilanci 2004 di Confindustria: le aziende presenti in Borsa hanno aumento i profitti
Le nuove leggi hanno atomizzato i lavoratori, dividendoli e riducendone la storica forza contrattuale
Non potevano passare inosservati i dati dei bilanci dell'anno 2004, dei gruppi presenti in Borsa, pubblicati qualche giorno fa dal giornale della Confindustria. Un altro anno, che in termini di profitti, si è chiuso con un generale e marcato aumento. Gli stessi profitti in percentuale si sono incrementati, rispetto al 2003 di un "modesto" 42%. E di quanto dovevano aumentare? E' stata la prima e più spontanea domanda dell'inclito lettore o la lavoratrice ed il lavoratore dipendente si sono chiesti. Una domanda pertinente se messa in relazione al 2,8% in più che hanno ricevuto, nello stesso anno, le retribuzioni: uno scandalo, un'offesa alle condizioni materiali dei milioni di donne e uomini che con il loro lavoro hanno consentito che si raggiungessero quei risultati. Una
prova chiara ed eloquente, che non ammette discussioni, specialmente nei confronti di chi ancora oggi chiede moderazione alle richieste di rinnovo dei contratti di lavoro.
Da anni sosteniamo che prima il governo di centro sinistra, con il liberismo moderato e dopo il governo di centro destra, con la politica di liberismo accelerato, hanno sconvolto i già traballanti livelli di tutela del mondo del lavoro, determinandone la sconfitta.
Vent'anni fa si chiudeva l'epica lotta dei minatori inglesi. Una lotta, iniziata il 5 marzo 1984, con lo sciopero nello Yorkshire contro la chiusura annunciata dei pozzi di Cortonwood, durata oltre un anno e terminata con la sconfitta dei lavoratori e di Arthur Scargill il prestigioso rappresentante dei minatori. Da quella sconfitta "la dama di ferro", ossia il primo ministro conservatore Margaret Thatcher traeva forza e determinazione per imporre definitivamente la disuguaglianza di classe nel moderno occidente democratico e sviluppato e smantellare pezzo per pezzo, bullone per bullone il quasi secolare welfare state di Sua Maestà, lo stato sociale e del benessere in salsa britannica.
Così sta avvenendo in Italia con il governo attuale, che anno dopo anno è stato capace di trasferire enormi quantità di ricchezza dalla classe lavoratrice alle imprese e per esse ai grandi gruppi finanziari, assicurativi, bancari e industriali. Il sindacato dei lavoratori è il grande sconfitto di questi anni. In alcun modo la politica del governo ha trovato un'opposizione che potesse se non altro ridimensionare il disegno dell'esecutivo. In questi anni sono state introdotte tutta una serie di leggi e norme che hanno, di fatto, atomizzato la classe lavoratrice, dividendola fino al punto che nessuna risposta oggi è capace di contrapporsi e fermare l'azione avversaria. Sul piano economico poi i risultati sono sotto gli occhi di tutti e denunciano l'inconsistenza appunto delle strategie sindacali. Le imprese, proprio perché sono ormai padrone dell'intero campo, scandiscono i tempi dell'organizzazione del lavoro, degli investimenti, della cosa produrre e del come produrre e del dove produrre.
Com'è noto la funzione di stimolo alla ricerca ed allo sviluppo, sul piano del processo produttivo, sostanzialmente è l'effetto della capacità dei lavoratori d'incidere sull'aumento del salario reale. La risposta dell'impresa tende ad incidere sulla produttività, la quale si consegue anche e soprattutto attraverso l'introduzione di più moderni e sofisticati sistemi produttivi, capaci di limitare l'incidenza del costo del lavoro per unità prodotta. Parallelamente o meglio contemporaneamente la ricerca è rivolta a conseguire conoscenze e capacità di fabbricare ed introdurre sul mercato nuovi prodotti.
Tutto questo non c'è stato. E la ripartizione dei profitti conseguiti nel 2004 è scritta nei verbali assembleari dei soci delle imprese. La maggior parte rimane come liquidità nelle aziende, una parte va ai rentiers come utile da ripartire, alla ricerca ed allo sviluppo poco o nulla.
E' chiaro anche che da quella disponibilità di maggiore liquidità è possibile supporre ed intravedere strategie di acquisizioni o finanche collocazioni in altri paesi, con la correlativa diminuzione della capacità produttiva complessiva, specialmente da parte delle aziende di media e grande dimensione.
E il rapporto R&S Mediobanca 2003 sulle multinazionali italiane conferma questa tendenza. Il loro peso sul Pil è sceso all'11% ed è notevolmente al di sotto alla media europea che è del 25,3%. Rispetto agli altri paesi la Germania e la Francia si attestano al 27,3%, mentre solo la Spagna presenta risultati inferiori, raggiungendo il 7,6%.
Ma è dal significato che, da parte delle grandi imprese italiane, assume la cosiddetta globalizzazione che può ricavarsi la valutazione definitiva della cultura e della strategia che le sostiene e degli obiettivi che perseguono.
Le grandi aziende italiane non tendono ad allargarsi o penetrare in altri mercati per misurarsi e competere con le altre. Sostanzialmente esse delocalizzano le produzioni perché allettate dai costi inferiori che possono trovare nei nuovi paesi. In termini di vendite l'incremento nell'arco di quasi dieci anni (dal '94 al 2003) è rimasto quasi invariato (dal 54,4 % al 57,4% della loro produzione). Nello stesso periodo le imprese multinazionali della Germania hanno incrementato le vendite del 21%, raggiungendo il 75%.
La conclusione è che forse una diversa strategia salariale sia necessaria innanzitutto come rivendicazione etica. Non è pensabile che i livelli di vita di milioni di donne e uomini da anni debbano costantemente diminuire fino a rasentare la soglia della povertà, mentre la ricchezza in buona parte da esse prodotta debba essere appannaggio delle imprese.
E' tempo forse che i manovratori debbano essere disturbati, eccome. Diversamente qualcuno o parecchi forse dovrebbero cambiare mestiere. E sarebbe anche ora.
Antonio Casolaro
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