prova
chiara ed eloquente,
che non ammette discussioni, specialmente nei
confronti di chi ancora oggi chiede moderazione
alle richieste di rinnovo dei contratti di lavoro.
Da anni sosteniamo che prima il governo di
centro sinistra, con il liberismo moderato
e dopo il
governo di centro destra, con la politica di
liberismo accelerato, hanno sconvolto i già traballanti
livelli di tutela del mondo del lavoro, determinandone
la sconfitta.
Vent'anni fa si chiudeva l'epica lotta dei
minatori inglesi. Una lotta, iniziata il 5
marzo 1984,
con lo sciopero nello Yorkshire contro la chiusura
annunciata dei pozzi di Cortonwood, durata
oltre
un anno e terminata con la sconfitta dei lavoratori
e di Arthur Scargill il prestigioso rappresentante
dei minatori. Da quella sconfitta "la dama
di ferro", ossia il primo ministro conservatore
Margaret Thatcher traeva forza e determinazione
per imporre definitivamente la disuguaglianza
di classe nel moderno occidente democratico e
sviluppato e smantellare pezzo per pezzo, bullone
per bullone il quasi secolare welfare state di
Sua Maestà, lo stato sociale e del benessere
in salsa britannica.
Così sta avvenendo in Italia con il governo
attuale, che anno dopo anno è stato capace
di trasferire enormi quantità di ricchezza
dalla classe lavoratrice alle imprese e per esse
ai grandi gruppi finanziari, assicurativi, bancari
e industriali. Il sindacato dei lavoratori è
il grande sconfitto di questi anni. In alcun modo
la politica del governo ha trovato un'opposizione
che potesse se non altro ridimensionare il disegno
dell'esecutivo. In questi anni sono state introdotte
tutta una serie di leggi e norme che hanno, di
fatto, atomizzato la classe lavoratrice, dividendola
fino al punto che nessuna risposta oggi è
capace di contrapporsi e fermare l'azione avversaria.
Sul piano economico poi i risultati sono sotto
gli occhi di tutti e denunciano l'inconsistenza
appunto delle strategie sindacali. Le imprese,
proprio perché sono ormai padrone dell'intero
campo, scandiscono i tempi dell'organizzazione
del lavoro, degli investimenti, della cosa
produrre
e del come produrre e del dove produrre.
Com'è noto la funzione di stimolo alla
ricerca ed allo sviluppo, sul piano del processo
produttivo, sostanzialmente è l'effetto
della capacità dei lavoratori d'incidere
sull'aumento del salario reale. La risposta dell'impresa
tende ad incidere sulla produttività, la
quale si consegue anche e soprattutto attraverso
l'introduzione di più moderni e sofisticati
sistemi produttivi, capaci di limitare l'incidenza
del costo del lavoro per unità prodotta.
Parallelamente o meglio contemporaneamente la
ricerca è rivolta a conseguire conoscenze
e capacità di fabbricare ed introdurre
sul mercato nuovi prodotti.
Tutto questo non c'è stato. E la ripartizione
dei profitti conseguiti nel 2004 è scritta
nei verbali assembleari dei soci delle imprese.
La maggior parte rimane come liquidità nelle
aziende, una parte va ai rentiers come utile
da ripartire, alla ricerca ed allo sviluppo
poco
o nulla.
E' chiaro anche che da quella disponibilità
di maggiore liquidità è possibile
supporre ed intravedere strategie di acquisizioni
o finanche collocazioni in altri paesi, con la
correlativa diminuzione della capacità produttiva
complessiva, specialmente da parte delle aziende
di media e grande dimensione.
E il rapporto R&S Mediobanca 2003 sulle multinazionali
italiane conferma questa tendenza. Il loro peso
sul Pil è sceso all'11% ed è notevolmente
al di sotto alla media europea che è del
25,3%. Rispetto agli altri paesi la Germania
e
la Francia si attestano al 27,3%, mentre solo
la Spagna presenta risultati inferiori, raggiungendo
il 7,6%.
Ma è dal significato che, da parte delle
grandi imprese italiane, assume la cosiddetta
globalizzazione che può ricavarsi la
valutazione definitiva della cultura e della
strategia che
le sostiene e degli obiettivi che perseguono.
Le grandi aziende italiane non tendono ad allargarsi
o penetrare in altri mercati per misurarsi
e competere
con le altre. Sostanzialmente esse delocalizzano
le produzioni perché allettate dai costi
inferiori che possono trovare nei nuovi paesi.
In termini di vendite l'incremento nell'arco di
quasi dieci anni (dal '94 al 2003) è rimasto
quasi invariato (dal 54,4 % al 57,4% della
loro
produzione). Nello stesso periodo le imprese
multinazionali della Germania hanno incrementato
le vendite del
21%, raggiungendo il 75%.
La conclusione è che forse una diversa
strategia salariale sia necessaria innanzitutto
come rivendicazione etica. Non è pensabile
che i livelli di vita di milioni di donne e uomini
da anni debbano costantemente diminuire fino a
rasentare la soglia della povertà, mentre
la ricchezza in buona parte da esse prodotta
debba
essere appannaggio delle imprese.
E' tempo forse che i manovratori debbano essere
disturbati, eccome. Diversamente qualcuno o parecchi
forse dovrebbero cambiare mestiere. E sarebbe
anche ora.
Antonio Casolaro |