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Newroz e Questione kurda - 28.03.2004
LA TURCHIA AL BIVIO


DALL’INVIATO A ISTANBUL
FRANCESCO ROMANETTI
Due parole. In turco si dice «Baris kazanacak». In curdo «Easti biserkeve». Non si somigliano per niente, ma vogliono dire la stessa cosa: «La pace vincerà». Per «Baris kazanacak» non c’è nessun problema. Ma scrivere «Easti biserkeve», in Turchia, è ancora un reato. E per decisione di una Corte di Van - città nell’estremo oriente del Kurdistan turco, verso il confine con l’Iran - il manifesto bilingue è stato censurato. Ed è scomparso dai muri. Lo aveva fatto stampare l’Hid, la principale associazione per i diritti umani che conta 30mila iscritti, che ne fanno un’organizzazione di massa. «Il governo di Ankara - dice Vahap Ertan, giovane dirigente dell’Hid - fino a poco tempo fa considerava criminali tutte le attività di qualunque organizzazione curda. Ora qualcosa sta cambiando. Ma è ancora poco, operazioni di facciata». Le denunce di torture, di arresti illegali e di esecuzioni da parte di «squadroni della morte» (gli «uomini mascherati»), nell’ultimo anno

sono decisamente diminuiti. Ma i controlli polizieschi restano opprimenti e le regioni curde sono sotto il controllo dell’esercito, sebbene formalmente sia stata abolita la legge marziale. Nelle zone e nei villaggi che hanno conosciuto (e, in buona parte, appoggiato) la rivolta armata del Pkk di Ocalan, i giornali che danno fastidio vengono regolarmente messi fuori legge, le sedi dei partiti curdi perquisite. E magari chiuse. Appena dieci giorni fa, proprio a Van, una manifestazione di studenti che chiedevano più democrazia è stata duramente attaccata per essere sciolta dalla polizia. Bilancio: cento fermi, sette ragazzi feriti (di cui uno ancora in ospedale). L’accusa di favoreggiamento del terrorismo può scattare in modo molto arbitrario nei confronti di individui, associazioni, partiti, sindacati. Alla giurisdizione ordinaria si affianca l’attività dei Dgm, tribunali speciali che giudicano i reati politici.
È questa Turchia - in bilico tra autoritarismo e democrazia, che da una parte sta compiendo sforzi per essere ammessa nell’Unione Europea e da un’altra non sembra voler rinunciare all’ultranazionalismo vegliato dai generali - che oggi affronta un decisivo test elettorale. Sebbene si tratti di elezioni amministrative (comunali e provinciali), in gioco è il futuro delle linee finora tracciate dal governo guidato da Recep Tayip Erdogan, leader dell’Akp, il partito di radice islamica «Giustizia e sviluppo». Tutti i sondaggi danno l’Akp in fortissima ascesa. Dal 34% delle politiche del 2002, potrebbe schizzare al 48% o addirittura superare il 50%. Sostanzialmente stabile, intorno al 19-20%, resterebbe il Chp, socialdemocratico e nazionalista, l'unico partito di opposizione presente in parlamento. Tutti gli altri partiti rimarrebbero inchiodati al di sotto del 10%, la soglia di sbarramento che nelle elezioni politiche ha impedito una reale rappresentanza (tra Akp e Chp è rappresentato attualmente solo il 53% dell’elettorato). Un paradosso politico che tiene fuori delle istituzioni centrali i principali rappresentanti di quasi 20 milioni di curdi. Sempre sotto l’occhio vigile dei militari, che attraverso il Consiglio Nazionale di Sicurezza continuano ad esercitare una pesante ingerenza sulla vita politica del Paese.
Fadil Yardimeden, baffetti grigi e capigliatura tirata dalla brillantina, è il responsabile dell’Akp nel distretto di Dyarbakir, città di 800mila abitanti che i curdi considerano una sorta di «capitale». «Aumenteremo i nostri voti - dice seduto alla sua scrivania, alle cui spalle campeggiano due gigantografie di Kemal Ataturk, il padre della patria, e di Erdogan - Il nostro non è un partito religioso e la gente lo ha capito. Per questo raccogliamo consensi in tutti i settori della popolazione». L’Akp ha potuto spendere in campagna elettorale vari argomenti: relativa stabilizzazione finanziaria del Paese (che resta comunque il maggior debitore della Banca Mondiale), produzione e reddito che hanno viaggiato con una crescita intorno 5-6%, inflazione in calo. Eppure l’Akp qui non gioca in casa: il Dehap, il partito curdo di sinistra considerato l’erede politico del Pkk, è di gran lunga il primo partito a Dyarbakir, con circa il 60% dei consensi, come d’altra parte in tutto il Kurdistan turco. Ne sa qualcosa lo stesso premier Erdogan, praticamente messo in fuga dalla popolazione di Dersim - altra città curda - un paio di settimane fa. In periferia furono erette perfino barricate per impedire al premier di parlare. Il fatto è che le regioni curde della Turchia non hanno usufruito quasi per niente dei benefici della parziale ripresa economica. E si sentono ancora oppresse da un esercito che si comporta come forza d’occupazione. La guerra ha lasciato terra bruciata: 3.906 villaggi distrutti, 30mila morti, 4 milioni di profughi, agricoltura devastata, una spaventosa disoccupazione che in alcune aree arriva all’80-90%.
Nonostante sembri intenzionato a puntare con convinzione sulla carta dell’Europa, il nuovo corso turco procede per linee spezzate, tra timidi passi in avanti e brusche frenate. «In passato sono stati fatti molti errori - ammette Fadil Yerdimeden, ostentando il volto riformista da mostrare all’ospite europeo - Lo strapotere della Corte costituzionale ha chiuso diversi partiti. Vorrei ricordare che anche il partito di Erdogan, il mio partito, venne sciolto. L’ingerenza dei militari è stata in certi momenti eccessiva. In Turchia c’era la tortura, ma non mi risultano casi recenti. Vogliamo cambiare questo Paese e farlo entrare a pieno titolo in Europa». Ma alla parola Kurdistan anche il suadente Fadil cambia tono. «Il Kurdistan? Via, non esiste nemmeno sulle carte geografiche», assicura ripetendo un mantra che per decenni (e secoli) ha significato negare diritti ad un intero popolo.

fonte "Il Mattino" del 28/03/04

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