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LA
TURCHIA AL BIVIO
DALLINVIATO A ISTANBUL
FRANCESCO ROMANETTI
Due parole. In turco si dice «Baris kazanacak».
In curdo «Easti biserkeve». Non si somigliano
per niente, ma vogliono dire la stessa cosa: «La
pace vincerà». Per «Baris kazanacak»
non cè nessun problema. Ma scrivere «Easti
biserkeve», in Turchia, è ancora un reato.
E per decisione di una Corte di Van - città
nellestremo oriente del Kurdistan turco, verso
il confine con lIran - il manifesto bilingue
è stato censurato. Ed è scomparso dai
muri. Lo aveva fatto stampare lHid, la principale
associazione per i diritti umani che conta 30mila
iscritti, che ne fanno unorganizzazione di massa.
«Il governo di Ankara - dice Vahap Ertan, giovane
dirigente dellHid - fino a poco tempo fa considerava
criminali tutte le attività di qualunque organizzazione
curda. Ora qualcosa sta cambiando. Ma è ancora
poco, operazioni di facciata». Le denunce di
torture, di arresti illegali e di esecuzioni da parte
di «squadroni della morte» (gli «uomini
mascherati»), nellultimo anno
sono decisamente diminuiti. Ma i controlli polizieschi
restano opprimenti e le regioni curde sono sotto il
controllo dellesercito, sebbene formalmente
sia stata abolita la legge marziale. Nelle zone e
nei villaggi che hanno conosciuto (e, in buona parte,
appoggiato) la rivolta armata del Pkk di Ocalan, i
giornali che danno fastidio vengono regolarmente messi
fuori legge, le sedi dei partiti curdi perquisite.
E magari chiuse. Appena dieci giorni fa, proprio a
Van, una manifestazione di studenti che chiedevano
più democrazia è stata duramente attaccata
per essere sciolta dalla polizia. Bilancio: cento
fermi, sette ragazzi feriti (di cui uno ancora in
ospedale). Laccusa di favoreggiamento del terrorismo
può scattare in modo molto arbitrario nei confronti
di individui, associazioni, partiti, sindacati. Alla
giurisdizione ordinaria si affianca lattività
dei Dgm, tribunali speciali che giudicano i reati
politici.
È questa Turchia - in bilico tra autoritarismo
e democrazia, che da una parte sta compiendo sforzi
per essere ammessa nellUnione Europea e da unaltra
non sembra voler rinunciare allultranazionalismo
vegliato dai generali - che oggi affronta un decisivo
test elettorale. Sebbene si tratti di elezioni amministrative
(comunali e provinciali), in gioco è il futuro
delle linee finora tracciate dal governo guidato da
Recep Tayip Erdogan, leader dellAkp, il partito
di radice islamica «Giustizia e sviluppo».
Tutti i sondaggi danno lAkp in fortissima ascesa.
Dal 34% delle politiche del 2002, potrebbe schizzare
al 48% o addirittura superare il 50%. Sostanzialmente
stabile, intorno al 19-20%, resterebbe il Chp, socialdemocratico
e nazionalista, l'unico partito di opposizione presente
in parlamento. Tutti gli altri partiti rimarrebbero
inchiodati al di sotto del 10%, la soglia di sbarramento
che nelle elezioni politiche ha impedito una reale
rappresentanza (tra Akp e Chp è rappresentato
attualmente solo il 53% dellelettorato). Un
paradosso politico che tiene fuori delle istituzioni
centrali i principali rappresentanti di quasi 20 milioni
di curdi. Sempre sotto locchio vigile dei militari,
che attraverso il Consiglio Nazionale di Sicurezza
continuano ad esercitare una pesante ingerenza sulla
vita politica del Paese.
Fadil Yardimeden, baffetti grigi e capigliatura tirata
dalla brillantina, è il responsabile dellAkp
nel distretto di Dyarbakir, città di 800mila
abitanti che i curdi considerano una sorta di «capitale».
«Aumenteremo i nostri voti - dice seduto alla
sua scrivania, alle cui spalle campeggiano due gigantografie
di Kemal Ataturk, il padre della patria, e di Erdogan
- Il nostro non è un partito religioso e la
gente lo ha capito. Per questo raccogliamo consensi
in tutti i settori della popolazione». LAkp
ha potuto spendere in campagna elettorale vari argomenti:
relativa stabilizzazione finanziaria del Paese (che
resta comunque il maggior debitore della Banca Mondiale),
produzione e reddito che hanno viaggiato con una crescita
intorno 5-6%, inflazione in calo. Eppure lAkp
qui non gioca in casa: il Dehap, il partito curdo
di sinistra considerato lerede politico del
Pkk, è di gran lunga il primo partito a Dyarbakir,
con circa il 60% dei consensi, come daltra parte
in tutto il Kurdistan turco. Ne sa qualcosa lo stesso
premier Erdogan, praticamente messo in fuga dalla
popolazione di Dersim - altra città curda -
un paio di settimane fa. In periferia furono erette
perfino barricate per impedire al premier di parlare.
Il fatto è che le regioni curde della Turchia
non hanno usufruito quasi per niente dei benefici
della parziale ripresa economica. E si sentono ancora
oppresse da un esercito che si comporta come forza
doccupazione. La guerra ha lasciato terra bruciata:
3.906 villaggi distrutti, 30mila morti, 4 milioni
di profughi, agricoltura devastata, una spaventosa
disoccupazione che in alcune aree arriva all80-90%.
Nonostante sembri intenzionato a puntare con convinzione
sulla carta dellEuropa, il nuovo corso turco
procede per linee spezzate, tra timidi passi in avanti
e brusche frenate. «In passato sono stati fatti
molti errori - ammette Fadil Yerdimeden, ostentando
il volto riformista da mostrare allospite europeo
- Lo strapotere della Corte costituzionale ha chiuso
diversi partiti. Vorrei ricordare che anche il partito
di Erdogan, il mio partito, venne sciolto. Lingerenza
dei militari è stata in certi momenti eccessiva.
In Turchia cera la tortura, ma non mi risultano
casi recenti. Vogliamo cambiare questo Paese e farlo
entrare a pieno titolo in Europa». Ma alla parola
Kurdistan anche il suadente Fadil cambia tono. «Il
Kurdistan? Via, non esiste nemmeno sulle carte geografiche»,
assicura ripetendo un mantra che per decenni (e secoli)
ha significato negare diritti ad un intero popolo.
fonte "Il Mattino" del 28/03/04
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