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Newroz e Questione kurda - 31.03.04
Newroz 2004
 
 
Il sogno curdo ai confini dell’Europa.

DALL’INVIATO A VAN
FRANCESCO ROMANETTI
La strada che da Dyarbakir porta a Van, nelle estreme regioni orientali del Kurdistan turco, si arrampica su monti sassosi, attraversa gole solcate da fiumi impetuosi, costeggia frane che hanno spaccato l’asfalto. Quattrocento chilometri in sette-otto ore di pullman. In molti tratti si è costretti a procedere a passo d’uomo. Allora è più facile scorgere colonne di militari in perlustrazione lungo i pendii innevati, carri armati appostati tra i cespugli. Anche i posti di blocco costringono a soste forzate. Gli occhi di soldati sospettosi e senza sorriso scrutano documenti, passaporti, bagagli. Sebbene la fine della lotta armata sia stata proclamata dal

disciolto Pkk da quasi cinque anni, la morsa dell’esercito si è solo allentata. Tutte le regioni curde, disseminate di caserme della «Jandarma», restano sotto il controllo dei militari. I «guardiani di villaggio», l’odiata milizia anti-guerriglia creata negli anni Ottanta, non è stata ancora sciolta. Ufficialmente non si parla più di stato d’assedio e legge marziale, ma l’esercito e i tribunali speciali (i «Dgm», chiamati a giudicare i reati politici) restano una soffocante presenza. Il bollettino dell’Hid - principale organizzazione per i diritti umani - snocciola le ultime cifre disponibili, relative al mese di febbraio. «Abbiamo denunciato 383 casi di gravi violazioni nelle città curde - racconta l’avvocato Selahattin Demirtas, presidente dell’Hid di Dyarbakir - Tra questi ci sono quattro esecuzioni extragiudiziali e 32 casi di torture e maltrattamenti».
La rivolta armata curda cominciata nel 1984 prometteva indipendenza, libertà e giustizia sociale. Vent’anni dopo, nessuno di quegli obiettivi è stato raggiunto. E il Kurdistan turco resta una terra povera, militarizzata, priva di ogni margine di autonomia. Le tensioni con il potere centrale passano ora anche attraverso l’attività amministrativa.
Mukkades Kulibay, primo cittadino di Dogubeyazit, è una delle tre donne sindaco di tutto il Kurdistan turco (confermata nella sua carica nelle elezioni di domenica scorsa). Dal suo ufficio di uno scalcagnato palazzo municipale, governa la polverosa città di frontiera, 30mila abitanti, punto di snodo di traffici e commerci tra Turchia e Iran. «La Turchia è uno stato ipercentralistico - dice la sindaca - e le muncipalità sono perennemente in ostaggio delle autorità prefettizie. Inoltre tutte le città e i villaggi curdi gestiti dal Dehap (il partito che Ankara considera il braccio politico del Kongra-Gel, organizzazione erede del Pkk, n.d.r.) vengono sistematicamente boicottati dal potere centrale. È un lucido disegno politico, che mira a isolarci». Anche a Dogubeyazit - zona di aspri combattimenti negli anni della guerriglia - la pace precaria ha il volto della povertà. Le cifre ufficiali dicono che nel distretto il 90% della popolazione è disoccupata. Il contrabbando rappresenta una diffusa fonte di sopravvivenza.
Militari della «Jandarma», polizia politica, giudici speciali e guardiani di villaggio, continuano in realtà a combattere contro uno spettro: lo spettro di Abdullah Ocalan, il «presidente Apo». Catturato nel 1999 (dopo che fu espulso dall’Italia, dove aveva trovato rifugio) e da allora rinchiuso nell’isola-prigione di Imrali, Ocalan è un nemico sconfitto. La sua condanna a morte, per le pressioni internazionali, è stata commutata in ergastolo. Ma i ritratti di «Apo» spuntano clandestini nelle manifestazioni di protesta, le sue foto giganteggiano sulle pagine di «Gundem», il giornale del Dehap, che viene chiuso periodicamente (ma poi trova il modo di riprendere le pubblicazioni, magari modificando la testata). «Biji serok Apo», viva il presidente Apo, è lo slogan dalle cadenze musicali punito con il carcere, che può costare l’incriminazione per favoreggiamento di attività terroristiche, e che tuttavia la settimana scorsa ha fatto da colonna sonora alle celebrazioni del «Newroz», il capodanno curdo che puntualmente si trasforma in momento di moblitazione e rivendicazione politica.
« Per le autorità turche - sentenzia Hasan Ozgunes, responsabile del Dehap della città di Van - Ocalan è un terrorista. Ma per il popolo curdo resta il suo leader». E d’altra parte lo spettro di «Apo» si è rimaterializzato sulle montagne, da quando formazioni armate (si parla di circa 5mila guerriglieri) sono rientrate in Turchia dal nord dell’Iraq, dove si erano riparate.
Gli scenari politici, negli ultimi cinque anni, sono profondamente cambiati. Se «Kurdistan» per le autorità turche non è mai stato neanche un’espressione geografica, per gli stessi curdi di Turchia sembra ora un sogno che s’allontana. Almeno come Stato indipendente. A complicare la questione curda, da quasi un secolo, è indubbiamente la circostanza che il territorio del Kurdistan - dopo il crollo dell’impero ottomano - si ritrova diviso tra quattro Stati (Turchia, Iran, Iraq e Siria). Questo ha comportato divisioni, lotte interne, anche sanguinosi conflitti inter-curdi. E adesso il dopo-guerra iracheno ha cambiato molte carte in tavola: i curdi dell’Iraq hanno infatti accettato la costituzione di una repubblica federale, della quale rimanga a far parte la parte irachena di Kurdistan. È la rinuncia ufficiale ad uno Stato indipendente curdo (d’altra parte già da tempo maturata). L’effetto sul versante curdo-turco è duplice: da una parte conduce anche qui all’abbandono definitivo di una prospettiva indipendentista che unifichi tutto il Kurdistan turco-iracheno-iraniano-siriano (la rinuncia della secessione da parte del Pkk risale al ’95); dall’altro inquieta Ankara, il cui governo teme l’attrazione che comunque potrà esercitare un’entità curda autonoma o semi-autonoma in Iraq.
«È vero, molte cose sono cambiate - osserva Hasan Ozgunes - Ma noi vediamo molti aspetti positivi nella nuova situazione che si è creata. Non ci illudiamo che la presenza americana in Iraq aiuti la nostra causa: le truppe Usa occupano il territorio per i loro interessi. Noi curdi perseguiamo una politica di integrazione. Il nostro modello? Quello europeo». La stessa richiesta da parte della Turchia di entrare in Europa è un elemento su cui fare leva. «Per noi - conclude Ozgunes - vuol dire costringere il sistema politico turco a democratizzarsi. In questo senso la nostra lotta per la libertà dei curdi è la lotta per la libertà di tutta la Turchia».

fonte "Il Mattino" del 31/03/04

   
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