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Newroz e Questione kurda - 19.03.2005

Il Newroz ed il popolo kurdo
Editoriale di "Impronte sociali" di sabato 19/03/2005
di Roberto Malinconico

Fra due giorni è primavera.
Fra due giorni è il 21 marzo, giorno dell'identità del popolo kurdo.
È il giorno dove si rinnova il mito dell'eroico Kawa, il fabbro che liberò il suo popolo dalla tirannia del feroce Dahok.
È il giorno dei grandi fuochi che avvisano di montagna in montagna, di valle in valle, il popolo dell'avvenuta libertà e dell'inizio di una nuova epoca.
È il giorno dei colori, rosso, giallo e verde, che segnalano la gioia di un popolo da troppo tempo voluto senza colori, senza sorriso, senza speranze, senza identità.
È il giorno dei bambini e delle bambine festanti che corrono nella piana del castello di Van, o negli slarghi di Batman o Diyarbakir, ingnari ed inconsapevoli del nero lucido di fucili mitragliatori puntati su una folla danzante.
È il giorno di APO, lo zio Abdullah Öcalan, come familiarmente è chiamato da tutto il popolo kurdo; è il giorno

della rivendicazione della sua libertà: non sono stati sufficienti questi anni di isolamento, di torture e di prigionia in un carcere turco a spegnere l'affetto e il legame di questo popolo con il suo presidente.
È il giorno del riscatto, dei sorrisi, dei vestiti della festa, della musica e dei balli caratteristici intorno ai grandi fuochi: un ballo che accomuna tutto un popolo, anche nella modalità, dove migliaia e migliaia di donne e di uomini, di tutte le età, mano nella mano, ballano all'unisono in quelle poche ore strappate ad un consenso delle autorità turche, a patto che non vi siano segnali di "rivolta" (niente bandiere dei numerosi partiti kurdi, neppure di quelli legali, niente immagini di Öcalan, niente bandiera con i colori nazionali kurdi, niente canto nazionale kurdo).
È il giorno in cui il popolo kurdo, invece, grida al mondo intero che esiste, e lo grida forte nonostante i cannoni dell'esercito puntato su di loro; nonostante le minacce, la repressione, la paura; nonostante che per i successivi 364 giorni dell'anno, se in qualche modo riconosciuto, rischierà di pagare duramente l'aver partecipato alla giornata del Newroz.
È la giornata di Dino Frisullo, l'amico italiano del popolo kurdo, che i turchi hanno prima arrestato, poi espulso e, infine, dichiarato come indesiderabile. Dino che, ora che non c'è più, continua a vivere nel cuore di questo popolo che mai dimenticherà la sua generosità.
È il giorno della visibilità di tante associazioni e movimenti europei che si battono per la libertà del popolo kurdo, che in questi giorni portano le testimonianza del loro impegno e la forza della mobilizzazione internazionale intorno alla questione kurda; che cercano di promuovere in ambito UE un'attenzione sulle violazioni dei diritti umani in Turchia affinché ciò sia di monito e di stimolo al cambiamento di questa nazione, almeno quale contropartita alla richiesta del suo ingresso nell'Europa comunitaria.
È un giorno importante dove il segno di vittoria corre sulle mani e le dita di milioni e milioni di persone; dove il sorriso riempie il cuore di tutto un popolo e con il loro cuore il mio sempre più vicino al loro.
Sono passati quattro anni da quella mattina fredda nella piana del castello di Van: "è ora di andare, presto! -la nostra guida gridava, quasi a segnare la tensione dell'evento-, presto!". In ognuno di noi, con i pensieri misti a paura e i sorrisi conditi dal freddo portato dalle nevi di una lunga catena di montagne che porta fino all'Ararat, cresceva il desiderio di quella giornata che tanto avevamo ascoltato e discusso nei continui incontri dei giorni precedenti, con associazioni e organizzazioni locali impegnate con coraggio nella difesa dei diritti. Lungo la strada un fiume in piena di colore verde, giallo e rosso camminava veloce su gambe di tutte le età e coperto di abiti della tradizione di un popolo che si continua a non riconoscere. Eppure, eccolo. Sono migliaia e migliaia che sfociano nella piana del castello di Van, sulla riva di un lago grande quanto il mare, a ridosso di una cresta di montagna orlata del nero delle mitragliatrici e dei mortai dell'esercito turco.
Entriamo anche noi -eravamo in 13 italiani, 4 francesi e 5 tedeschi- nella piana, tra la folla (i giornali del giorno dopo dissero che a Van quell'anno il Newroz aveva portato oltre mezzo milione di persone-. Dal palco una voce scandisce i nostri nomi, l'interprete che ci accompagnava ci dice che stavano parlando di noi, degli amici italiani del popolo kurdo: un applauso inimmaginabile, mezzo milione di sorrisi ci danno il benvenuto.
Il mio cuore è ancora li, colorato di rosso, di verde e di giallo.
Buon Newroz popolo mio, buon Newroz alla nazione kurda, buon Newroz di pace al mondo intero.
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