tragico
ed esaltante, genesi di tragedie mai sperimentate
prima, e tempo
di progresso senza precedenti, di riscatto
e di emancipazione per milioni e milioni di
uomini e donne.
Un’età degli “estremi”,
straordinario da qualsiasi prospettiva lo si
guardi. Un secolo profondamente segnato dalla
seconda guerra mondiale, con 60 milioni di
vittime, combattuta con strumenti di morte
assolutamente inediti ed efferati, pensiamo
all’impiego della bomba atomica e ad
esperienze di distruzione di estrema esasperazione,
quale è stata la tragedia della Shoah.
Un intero popolo,
gli ebrei, è stato quasi completamente
sterminato attraverso l’eccidio brutale
e sistematico di 6 milioni di uomini, donne
e bambini nei lager e nei territori occupati
dal nazismo. Intere comunità sono così scomparse
senza lasciare più alcuna memoria di
sé: il 90% di tutti gli ebrei polacchi
(2.800.000 persone) ed austriaci (40.000),
l’85% di quelli tedeschi (170.000), ungheresi
(200.000) ed olandesi (104.000), il 25% di
quelli francesi (90.000), e così via
fino al 15% di quelli di nazionalità italiana
(15.000 individui).
Insieme con loro,
furono inoltre sterminati altri milioni di
oppositori politici, partigiani, omosessuali,
zingari, testimoni di Geova, malati di mente,
ecc. una tragedia che con la sua irriducibile
peculiarità, segna in maniera indelebile
l’intero 900.
Il giorno della
memoria, che celebriamo il 27 gennaio, ripensa
il giorno della liberazione di Auschwitz da
parte dell’Armata Rossa. È una
sollecitazione, per tutti noi decisiva, a considerare
il nostro presente come un punto di equilibrio
tra ciò che è stato, e la nostra
tensione verso il futuro. Solo se sapremo essere
consapevoli del lungo percorso della società,
delle ragioni per cui si è andata in
una direzione piuttosto un futuro libero da
drammatici ritorni. È una regola che
vale per le società come per i singoli
individui: un uomo che perde la memoria è un
uomo privo di identità, spaesato, sradicato,
privo di qualsiasi punto di riferimento. Egli è senza
passato, ma proprio per questo, è anche
senza futuro.
Il racconto della
storia mondiale, è anche quello storia
locale; frammenti di vita e di identità delle
popolazioni che furono esposte alla violenza
dell’ultima guerra mondiale: un conflitto
che investiva immediatamente il territorio
campano, all’indomani dell’armistizio
dell’ 8 settembre.
L’armistizio
rappresenta l’epilogo del dramma: l’ingloriosa
fuga del Re, l’esercito lasciato completamente
allo sbando; una giornata di vero e proprio
disfacimento nazionale, il giorno della morte
della patria, ma anche il termine a quo di
un nuovo difficile cammino, un nuovo inizio
della libertà italiana.
I partiti antifascisti,
infatti, superate tutte le antiche rivalità si
costituiscono insieme nel Comitato di Liberazione
Nazionale; un organismo che si affermerà nei
mesi successivi come la vera e propria cabina
di regia della Resistenza italiana, punto di
riferimento per la ricostruzione di una nuova
identità della nazione.
In quelle ore
anche il comando dell’esercito tedesco
decideva la strategia fondamentale della sua
campagna d’Italia, un Paese che aveva
tradito e che per questa ragione andava punito
ed umiliato attraverso una politica bellica
che si poneva l’obiettivo fondamentale
di “terra bruciata”, il terrorismo
programmato attraverso le stragi indiscriminate
di civili, di donne e bambini, la rappresaglia
sistematica intesa come “coronamento
della guerra totale”, e la spoliazione
complessiva di ogni risorsa dei territori occupati.
Tali prescrizioni
erano strumentalmente giustificate dal comando
tedesco come una dura necessità al fine
di contrastare l’espansione del movimento
partigiano, il che poteva in qualche modo valere
per la rappresaglia delle fosse ardeatine a
Roma o per la tragica girandola della morte
dell’appennino tosco emiliano nell’estate-autunno
del 1944 - territorio effettivamente sede di
una solida ed organizzata esperienza resistenziale.
Ma come giustificare
le centinaia di morti del napoletano e le ben
658 vittime della sola provincia di Caserta
(il 7% delle circa 10.000 vittime civili determinate
dall’occupazione nazista sul nostro suolo
nazionale)?
Terra di Lavoro fu, infatti, un luogo di prima sperimentazione della strategia
stragista, pur senza affatto esprimere una significativa minaccia partigiana
nei confronti dei tedeschi, anche per il rapido avanzare, del fronte e della
liberazione, da parte degli anglo-americani.
Il 13 settembre,
infatti, lo stesso giorno della fuga di Mussolini
per mano dei paracadutisti tedeschi dalla sua
prigione dorata del Gran sasso, 22 civili (
vecchi, donne, bambini ) venivano trucidati
a Chiazzo; il 30 settembre era la volta di
Orta di Atella, il 7 ottobre ben 54 persone
trovavano una terribile morte a Bellona. Quindici
giorni più tardi, il 22 ottobre 1943,
toccava a Sparanise con la strage di via De
Renzis, culmine di un lungo crescendo di violenze
che, alla fine, provocava più di 40
morti tra la popolazione della cittadina. Espressioni
del mare di violenza che avvolgeva il casertano
in quei terribili giorni, una violenza che
appariva inspiegabile a meno di non comprendere
il contesto e la strategia generale nella quale
era inquadrata dalle stesse truppe di occupazione.
Si sono sostenute inconsistenti versioni di
quelle tristi stragi, spiegate da presunti
furti o di riferimenti ai danni dell’occupante
tedesco.
Il recente ritrovamento
di documenti nell’ Archivio di Stato
britannico dimostra l’infondatezza di
tale tesi, rilevando come la ragione degli
eccidi che sconvolsero le nostre cittadine,
era stata la decisione di applicare anche all’Italia
la Direttiva di Combattimento che nel 1942
era stata data allìesercito nazista
contro le popolazioni locali nell’Europa
dell’est.
Tuttavia, ancora
oggi, c’è il pericolo di una ricostruzione
di quei crimini assolutamente lontana dalla
realtà, ma soprattutto irrispettosa
non solo nei confronti della verità storica
quanto dello stesso dolore dei familiari delle
vittime.
E’ quello
che è accaduto a Sparanise dove a lungo
si è attestata un’inconsistente
versione di quella dolorosa strage, centrata
sul presunto furto di una borsa ai danni dell’occupante
tedesco ( borsa piena di gioielli o di documenti
secondo chi racconta o delle stagioni ). In
realtà, Gabriella Gribaudo ha recentemente
dimostrato come l’infondatezza di tale
tesi rilevando come ben altre fossero le ragioni,
sia generali che particolari, degli eccidi
(il plurale è doveroso) che sconvolgevano
la città di Sparanise nell’ottobre
del 1943. Le ragioni generali riguardano la
situazione del fronte, l’avanzare degli
anglo-americani, la lenta e vischiosa ritirata
strategica da parte dei tedeschi verso la principale
linea di difesa imperniata sulla città di
Cassino la cosiddetta linea Gustav.
Le ragioni specifiche
hanno invece a che vedere con un episodio dimenticato
della storia della città: la presenza
del più grande campo di concentramento
tedesco della Campania, dove erano rastrellati
migliaia di giovani per essere utilizzati come
manodopera schiavizzata, sia in italia che
nelle fabbriche in Germania.
La presenza di
quel campo generò un conflitto permanente
tra la popolazione locale, impegnata quotidianamente
a favorire la fuga dei reclusi, e l’occupante
tedesco. Possiamo dire che Sparanise era segnata
da una attività protoresistenziale-
la professoressa Gribaudo la equipara ad un
vero e proprio fenomeno resistenziale, certo
non politicizzato, ma non meno significativo-
tra l’altro testimoniato da moltissimi
ricordi dell’epoca: “ E’ in
questo clima – scrive la Gribaudo – in
questo accumularsi di conflitti e violenze
che si situa l’ultimo atto: la rappresaglia.
Una sorta di vendetta estrema contro una popolazione
disobbediente e riottosa, attuata proprio nel
momento di abbandonare il paese”. Tra
l’altro le truppe protagoniste degli
eccidi non erano nemmeno Waffen-SS, cioè truppe
naziste in senso stretto, ma una divisione
d’élite dell’esercito regolare
tedesco: la XVI divisione corazzata della Wehrmacht,
il cui 2° reggimento carri, già alla
testa dell’assalto contro Stalingrado
nell’estate del 1942, “ era il
diretto discendente del più antico reggimento
di cavalleria della prussica, i Corazzieri
della Guardia del corpo del Grande Elettore”.
Altro che borse rubate,dunque. Quelle stragi
( ricordiamo non solo le 32 vittime di via
De Renzis, ma le ben 41 uccise nella città tra
il 10 e il 22 ottobre del 1943) rappresentano
il durissimo esempio di una lunga e coraggiosa
serie di atti di solidarietà; un prezzo,
potremmo dire anche in questo caso, pagato
in ragione della conquista della libertà.
Un prezzo che, sopra ogni cosa, scontato il
dolore per il sacrificio delle vittime, dovrebbe
riempire di orgoglio la città di Sparanise
per fondarne l’identità e le radici
collettive in un estremo atto di disobbedienza,
giustificato da una forte sentimento di solidarietà umana.
Perché al contrario, si è verificata
la rimozione dell’importante episodio?
Probabilmente perché quella diffusa
e profonda disobbedienza civile contro l’occupante,
a Sparanise come altrove, si intrecciava anche
con una tensione nei confronti delle stesse
clessi dirigenti locali che avevano fiancheggiato
il fascismo e che, come ci ricorda ancora la
Gribaudo, avevano poi collaborato con il nemico
tedesco. In altre parole, anche a Sparanise
si verificava una sorta di piccola guerra civile,
quella contrapposizione tra italiani che sarà poi
il cuore di una certa interpretazione della
Resistenza del nostro Paese. Come ci ha insegnato
Pavone, la guerra civile che ha interessato
gli italiani tra il 1943 e il 1945 era la più dolorosa
tra le guerre, ma anche la più esigente,
poiché richiedeva scelte chiare,nette,
producendo forti discontinuità negli
assetti politici e civili dei territori investiti.
Anzi, la guerra civile rappresentava e rappresenta,
continua Pavone, il fondamento stesso di una
concezione morale della Resistenza, quando “ la
posta in gioco era (…) il senso stesso
dell’Italia e della sua identità nazionale”.
Riconoscere questo dato non significa equiparare
in qualche modo la due parti in lotta, quasi
che l’esperienza neo-fascista della Repubblica
Sociale Italiana ( lo Stato fantoccio guidato
da Mussolini dopo la sua liberazione sotto
l’egida tedesca) e quella del Corpo Volontari
della Libertà ( organismo costituito
nel giugno del 1944 per unificare tutto il
movimento partigiano italiano) rappresentassero
in fondo i due lati della stessa medaglia.
Al contrario, è nella scelta dei secondi,
dei resistenti, che si individua quella moralità,
quelle forze e campo dei valori che giustificheranno,
fonderanno, difenderanno la successiva Repubblica
democratica. A Sparanise si è giocato
un piccolo episodio di questa partita tra continuità e
discontinuità, tra vecchi aspetti e
aspirazione al nuovo. In Altri termini, la
rimozione di quegli atti di coraggio delle
donne di Sparanise è stata necessaria
per riprodurre i vecchi equilibri sociali e
politici, magari sotto altra forma, anche nel
dopoguerra repubblicano, quando i fascisti
locali si trasformavano in sindaci moderati
e le camicie nere lasciavano il posto a nuovi
simboli ( qualunquisti o nuovamente filogovernativi).
Nella storiografia
italiana, infatti, si è aperta da tempo
una lunga polemica sul valore e sul significato
della Resistenza, tanto che una parte della
comunità scientifica tende a rivedere
e ridimensionare il contributo dell’esercito
partigiano alla liberazione del Paese.
Ci sono interpretazioni
non convincenti. Certo, è vero che il
movimento resistenziale fu numericamente minoritario,
poiché non mobilitò mai la maggioranza
degli Italiani; anzi, nella stagione della
sua massima espansione, contava su non più di
250.000 uomini e donne in armi. Il ragionamento
sul piano politico, tuttavia, deve essere necessariamente
diverso; per dirla, anzi, con Winston Churchill,
che si esprimeva in tal senso a proposito degli
aviatori inglesi che vinsero la battaglia d’Inghilterra
nel 1940, mai così tanti hanno dovuto
tanto a così pochi. Senza contare che
quella minoranza di resistenti non fu mai isolata
dal resto della popolazione: gli Italiani sosterranno
in moltissimi casi la lotta armata fornendo
viveri e ricoveri, procurando informazioni
od opponendosi a proprio modo, passivamente,
talvolta senza alcuna politicizzazione.
In ogni caso,
minoranza o meno, era la Resistenza a riscattare
almeno in parte i vent’anni di dittatura
liberticida, la vergogna delle leggi razziali
volute da Mussolini e sottoscritte da Vittorio
Emanuele III, l’indecente alleanza con
il nazismo, la rivoltante e vigliacca guerra
di aggressione ai danni di altri popoli europei
ed africani. Se l’Italia non è stata
smembrata ed umiliata alla fine del conflitto, è bene
ricordarlo di tanto in tanto, il merito va
anche a quella minoranza che seppe scegliere
da che parte stare nell’ora più difficile,
pagandone il prezzo di sangue senza sconti.
Ricordarlo è anche
una nostra maniera per dire grazie a tutti
loro.
Amilcare Nozzolillo
Consigliere provinciale PRC
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