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viaggio nella memoria - 1-10-05

Sparanise: il campo di concentramento di casa nostra
Per non dimenticare le 658 vittime nazi-fascista della provincia di Caserta

di Amilcare Nozzolillo

Il tema della memoria rappresenta uno dei nodi più delicati della nostra contemporaneità. È stato più volte denunciato il rischio dell’inconsapevolezza del proprio passato.

A questa preoccupazione di perdersi “in una sorta di presente permanente”, si potrebbe obiettare che il vivere nel presente sia un segno di vitale concretezza, forse anche di liberazione da quei condizionamenti ideologici e culturali che, nel corso del XX secolo sono stati la causa di guerre e di irrazionali tragedie.

Ma queste obiezioni rischiano di essere fuorvianti; perché se il passato rappresenta spesso una difficile eredità, la liberazione dal suo carico di errori e di tragedie tanto terribile, non avviene attraverso la rimozione o la dimenticanza.

Al contrario, chi dimentica, spesso è costretto a rivivere in peggio le stesse situazioni.

Non possiamo correre questo rischio con l’esperienza di un secolo come il 900 che è stato allo stesso tempo

 

tragico ed esaltante, genesi di tragedie mai sperimentate prima, e tempo di progresso senza precedenti, di riscatto e di emancipazione per milioni e milioni di uomini e donne.

Un’età degli “estremi”, straordinario da qualsiasi prospettiva lo si guardi. Un secolo profondamente segnato dalla seconda guerra mondiale, con 60 milioni di vittime, combattuta con strumenti di morte assolutamente inediti ed efferati, pensiamo all’impiego della bomba atomica e ad esperienze di distruzione di estrema esasperazione, quale è stata la tragedia della Shoah.

Un intero popolo, gli ebrei, è stato quasi completamente sterminato attraverso l’eccidio brutale e sistematico di 6 milioni di uomini, donne e bambini nei lager e nei territori occupati dal nazismo. Intere comunità sono così scomparse senza lasciare più alcuna memoria di sé: il 90% di tutti gli ebrei polacchi (2.800.000 persone) ed austriaci (40.000), l’85% di quelli tedeschi (170.000), ungheresi (200.000) ed olandesi (104.000), il 25% di quelli francesi (90.000), e così via fino al 15% di quelli di nazionalità italiana (15.000 individui).

Insieme con loro, furono inoltre sterminati altri milioni di oppositori politici, partigiani, omosessuali, zingari, testimoni di Geova, malati di mente, ecc. una tragedia che con la sua irriducibile peculiarità, segna in maniera indelebile l’intero 900.

Il giorno della memoria, che celebriamo il 27 gennaio, ripensa il giorno della liberazione di Auschwitz da parte dell’Armata Rossa. È una sollecitazione, per tutti noi decisiva, a considerare il nostro presente come un punto di equilibrio tra ciò che è stato, e la nostra tensione verso il futuro. Solo se sapremo essere consapevoli del lungo percorso della società, delle ragioni per cui si è andata in una direzione piuttosto un futuro libero da drammatici ritorni. È una regola che vale per le società come per i singoli individui: un uomo che perde la memoria è un uomo privo di identità, spaesato, sradicato, privo di qualsiasi punto di riferimento. Egli è senza passato, ma proprio per questo, è anche senza futuro.

Il racconto della storia mondiale, è anche quello storia locale; frammenti di vita e di identità delle popolazioni che furono esposte alla violenza dell’ultima guerra mondiale: un conflitto che investiva immediatamente il territorio campano, all’indomani dell’armistizio dell’ 8 settembre.

L’armistizio rappresenta l’epilogo del dramma: l’ingloriosa fuga del Re, l’esercito lasciato completamente allo sbando; una giornata di vero e proprio disfacimento nazionale, il giorno della morte della patria, ma anche il termine a quo di un nuovo difficile cammino, un nuovo inizio della libertà italiana.

I partiti antifascisti, infatti, superate tutte le antiche rivalità si costituiscono insieme nel Comitato di Liberazione Nazionale; un organismo che si affermerà nei mesi successivi come la vera e propria cabina di regia della Resistenza italiana, punto di riferimento per la ricostruzione di una nuova identità della nazione.

In quelle ore anche il comando dell’esercito tedesco decideva la strategia fondamentale della sua campagna d’Italia, un Paese che aveva tradito e che per questa ragione andava punito ed umiliato attraverso una politica bellica che si poneva l’obiettivo fondamentale di “terra bruciata”, il terrorismo programmato attraverso le stragi indiscriminate di civili, di donne e bambini, la rappresaglia sistematica intesa come “coronamento della guerra totale”, e la spoliazione complessiva di ogni risorsa dei territori occupati.

Tali prescrizioni erano strumentalmente giustificate dal comando tedesco come una dura necessità al fine di contrastare l’espansione del movimento partigiano, il che poteva in qualche modo valere per la rappresaglia delle fosse ardeatine a Roma o per la tragica girandola della morte dell’appennino tosco emiliano nell’estate-autunno del 1944 - territorio effettivamente sede di una solida ed organizzata esperienza resistenziale.

Ma come giustificare le centinaia di morti del napoletano e le ben 658 vittime della sola provincia di Caserta (il 7% delle circa 10.000 vittime civili determinate dall’occupazione nazista sul nostro suolo nazionale)?

Terra di Lavoro fu, infatti, un luogo di prima sperimentazione della strategia stragista, pur senza affatto esprimere una significativa minaccia partigiana nei confronti dei tedeschi, anche per il rapido avanzare, del fronte e della liberazione, da parte degli anglo-americani.

Il 13 settembre, infatti, lo stesso giorno della fuga di Mussolini per mano dei paracadutisti tedeschi dalla sua prigione dorata del Gran sasso, 22 civili ( vecchi, donne, bambini ) venivano trucidati a Chiazzo; il 30 settembre era la volta di Orta di Atella, il 7 ottobre ben 54 persone trovavano una terribile morte a Bellona. Quindici giorni più tardi, il 22 ottobre 1943, toccava a Sparanise con la strage di via De Renzis, culmine di un lungo crescendo di violenze che, alla fine, provocava più di 40 morti tra la popolazione della cittadina. Espressioni del mare di violenza che avvolgeva il casertano in quei terribili giorni, una violenza che appariva inspiegabile a meno di non comprendere il contesto e la strategia generale nella quale era inquadrata dalle stesse truppe di occupazione. Si sono sostenute inconsistenti versioni di quelle tristi stragi, spiegate da presunti furti o di riferimenti ai danni dell’occupante tedesco.

Il recente ritrovamento di documenti nell’ Archivio di Stato britannico dimostra l’infondatezza di tale tesi, rilevando come la ragione degli eccidi che sconvolsero le nostre cittadine, era stata la decisione di applicare anche all’Italia la Direttiva di Combattimento che nel 1942 era stata data allìesercito nazista contro le popolazioni locali nell’Europa dell’est.

Tuttavia, ancora oggi, c’è il pericolo di una ricostruzione di quei crimini assolutamente lontana dalla realtà, ma soprattutto irrispettosa non solo nei confronti della verità storica quanto dello stesso dolore dei familiari delle vittime.

E’ quello che è accaduto a Sparanise dove a lungo si è attestata un’inconsistente versione di quella dolorosa strage, centrata sul presunto furto di una borsa ai danni dell’occupante tedesco ( borsa piena di gioielli o di documenti secondo chi racconta o delle stagioni ). In realtà, Gabriella Gribaudo ha recentemente dimostrato come l’infondatezza di tale tesi rilevando come ben altre fossero le ragioni, sia generali che particolari, degli eccidi (il plurale è doveroso) che sconvolgevano la città di Sparanise nell’ottobre del 1943. Le ragioni generali riguardano la situazione del fronte, l’avanzare degli anglo-americani, la lenta e vischiosa ritirata strategica da parte dei tedeschi verso la principale linea di difesa imperniata sulla città di Cassino la cosiddetta linea Gustav.

Le ragioni specifiche hanno invece a che vedere con un episodio dimenticato della storia della città: la presenza del più grande campo di concentramento tedesco della Campania, dove erano rastrellati migliaia di giovani per essere utilizzati come manodopera schiavizzata, sia in italia che nelle fabbriche in Germania.

La presenza di quel campo generò un conflitto permanente tra la popolazione locale, impegnata quotidianamente a favorire la fuga dei reclusi, e l’occupante tedesco. Possiamo dire che Sparanise era segnata da una attività protoresistenziale- la professoressa Gribaudo la equipara ad un vero e proprio fenomeno resistenziale, certo non politicizzato, ma non meno significativo- tra l’altro testimoniato da moltissimi ricordi dell’epoca: “ E’ in questo clima – scrive la Gribaudo – in questo accumularsi di conflitti e violenze che si situa l’ultimo atto: la rappresaglia. Una sorta di vendetta estrema contro una popolazione disobbediente e riottosa, attuata proprio nel momento di abbandonare il paese”. Tra l’altro le truppe protagoniste degli eccidi non erano nemmeno Waffen-SS, cioè truppe naziste in senso stretto, ma una divisione d’élite dell’esercito regolare tedesco: la XVI divisione corazzata della Wehrmacht, il cui 2° reggimento carri, già alla testa dell’assalto contro Stalingrado nell’estate del 1942, “ era il diretto discendente del più antico reggimento di cavalleria della prussica, i Corazzieri della Guardia del corpo del Grande Elettore”. Altro che borse rubate,dunque. Quelle stragi ( ricordiamo non solo le 32 vittime di via De Renzis, ma le ben 41 uccise nella città tra il 10 e il 22 ottobre del 1943) rappresentano il durissimo esempio di una lunga e coraggiosa serie di atti di solidarietà; un prezzo, potremmo dire anche in questo caso, pagato in ragione della conquista della libertà. Un prezzo che, sopra ogni cosa, scontato il dolore per il sacrificio delle vittime, dovrebbe riempire di orgoglio la città di Sparanise per fondarne l’identità e le radici collettive in un estremo atto di disobbedienza, giustificato da una forte sentimento di solidarietà umana. Perché al contrario, si è verificata la rimozione dell’importante episodio? Probabilmente perché quella diffusa e profonda disobbedienza civile contro l’occupante, a Sparanise come altrove, si intrecciava anche con una tensione nei confronti delle stesse clessi dirigenti locali che avevano fiancheggiato il fascismo e che, come ci ricorda ancora la Gribaudo, avevano poi collaborato con il nemico tedesco. In altre parole, anche a Sparanise si verificava una sorta di piccola guerra civile, quella contrapposizione tra italiani che sarà poi il cuore di una certa interpretazione della Resistenza del nostro Paese. Come ci ha insegnato Pavone, la guerra civile che ha interessato gli italiani tra il 1943 e il 1945 era la più dolorosa tra le guerre, ma anche la più esigente, poiché richiedeva scelte chiare,nette, producendo forti discontinuità negli assetti politici e civili dei territori investiti. Anzi, la guerra civile rappresentava e rappresenta, continua Pavone, il fondamento stesso di una concezione morale della Resistenza, quando “ la posta in gioco era (…) il senso stesso dell’Italia e della sua identità nazionale”. Riconoscere questo dato non significa equiparare in qualche modo la due parti in lotta, quasi che l’esperienza neo-fascista della Repubblica Sociale Italiana ( lo Stato fantoccio guidato da Mussolini dopo la sua liberazione sotto l’egida tedesca) e quella del Corpo Volontari della Libertà ( organismo costituito nel giugno del 1944 per unificare tutto il movimento partigiano italiano) rappresentassero in fondo i due lati della stessa medaglia. Al contrario, è nella scelta dei secondi, dei resistenti, che si individua quella moralità, quelle forze e campo dei valori che giustificheranno, fonderanno, difenderanno la successiva Repubblica democratica. A Sparanise si è giocato un piccolo episodio di questa partita tra continuità e discontinuità, tra vecchi aspetti e aspirazione al nuovo. In Altri termini, la rimozione di quegli atti di coraggio delle donne di Sparanise è stata necessaria per riprodurre i vecchi equilibri sociali e politici, magari sotto altra forma, anche nel dopoguerra repubblicano, quando i fascisti locali si trasformavano in sindaci moderati e le camicie nere lasciavano il posto a nuovi simboli ( qualunquisti o nuovamente filogovernativi).

Nella storiografia italiana, infatti, si è aperta da tempo una lunga polemica sul valore e sul significato della Resistenza, tanto che una parte della comunità scientifica tende a rivedere e ridimensionare il contributo dell’esercito partigiano alla liberazione del Paese.

Ci sono interpretazioni non convincenti. Certo, è vero che il movimento resistenziale fu numericamente minoritario, poiché non mobilitò mai la maggioranza degli Italiani; anzi, nella stagione della sua massima espansione, contava su non più di 250.000 uomini e donne in armi. Il ragionamento sul piano politico, tuttavia, deve essere necessariamente diverso; per dirla, anzi, con Winston Churchill, che si esprimeva in tal senso a proposito degli aviatori inglesi che vinsero la battaglia d’Inghilterra nel 1940, mai così tanti hanno dovuto tanto a così pochi. Senza contare che quella minoranza di resistenti non fu mai isolata dal resto della popolazione: gli Italiani sosterranno in moltissimi casi la lotta armata fornendo viveri e ricoveri, procurando informazioni od opponendosi a proprio modo, passivamente, talvolta senza alcuna politicizzazione.

In ogni caso, minoranza o meno, era la Resistenza a riscattare almeno in parte i vent’anni di dittatura liberticida, la vergogna delle leggi razziali volute da Mussolini e sottoscritte da Vittorio Emanuele III, l’indecente alleanza con il nazismo, la rivoltante e vigliacca guerra di aggressione ai danni di altri popoli europei ed africani. Se l’Italia non è stata smembrata ed umiliata alla fine del conflitto, è bene ricordarlo di tanto in tanto, il merito va anche a quella minoranza che seppe scegliere da che parte stare nell’ora più difficile, pagandone il prezzo di sangue senza sconti.

Ricordarlo è anche una nostra maniera per dire grazie a tutti loro.

Amilcare Nozzolillo
Consigliere provinciale PRC

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