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Art. 11 L'italia ripudia la guerra - 08.07.06
Conflitti

Rubrica di conflitti, perché informare sugli orrori delle guerre dimenticate è una parte del cammino della Pace

Uno sguardo verso Kinshasa

Ernesto Che Guevara nella primavera del 1965, giunse nella Repubblica Democratica del Congo: voleva aiutare i gruppi ribelli congolesi, che si rivelarono però troppo recalcitranti ad adottare i metodi di guerriglia dei disciplinatissimi artefici della Rivoluzione Cubana che erano al seguito di Che Guevara. Già in novembre i cubani lasciarono il Congo. Consapevole del fallimento, Che Guevara diede al diario degli eventi di quei mesi il titolo “L’anno in cui non siamo stati da

nessuna parte”, emblematico delle enormi difficoltà, anche per la sua mente acuta, di comprendere la realtà congolese.

Proprio in Congo a fine giugno è stata avviata la campagna elettorale per le prime elezioni libere e pluralistiche (almeno in base ai proclami) dal conseguimento dell’indipendenza. Le elezioni parlamentari (267 partiti concorrenti) e presidenziali (33 candidati) si terranno il 30 luglio. Già nel giorno d’apertura della campagna elettorale si sono verificati scontri tra manifestanti e forze dell’ordine, con un bilancio di 13 morti.

Si tratta di un Paese vastissimo (2344858 kmq, con una popolazione stimata di circa 58 milioni di abitanti), dal suolo fertile, che unitamente al clima favorisce la coltivazione di cotone e caffè, ma anche cacao, tabacco, soia e palme da olio. Esso ha inoltre estese foreste, in cui spiccano gli alberi della gomma e quelli che forniscono legnami pregiati. Non è tutto: il sottosuolo è ricco di risorse minerarie, in particolare nell’area denominata Shaba: rame, cobalto, zinco, stagno argento e tungsteno; ma anche radio, germanio e uranio; in più, diamanti e oro.
La prima domanda che sorge è, dunque: com’è possibile che un Paese così ricco di risorse figuri soltanto al 155esimo posto nelle elaborazioni statistiche dell’ONU sull’indice di sviluppo umano (elaborate, è bene ricordarlo, tenendo conto non solo del livello del reddito medio, ma anche dell’aspettativa di vita e del livello d’istruzione della popolazione dei Paesi presi in esame)?
Probabilmente una risposta valida è che il Paese, dopo aver ottenuto, nel 1960, l’indipendenza dal Belgio, ha conosciuto una lunga e sfiancante serie di guerre interne, con numerose intromissioni esterne, soprattutto di Paesi limitrofi, presumibilmente assai attratti dalla prospettiva di riuscire a controllare l’attività di estrazione e lavorazione delle risorse minerarie.

Tuttora la situazione non è rosea. Il governo provvisorio non riesce a controllare appieno il vastissimo territorio e dispone di forze di sicurezza e militari che ancora necessitano di addestramento (a istruire i poliziotti congolesi stanno contribuendo, ad esempio, esperti provenienti da Francia, Angola, Sudafrica). È inoltre presente un contingente militare ONU (conosciuto con la sigla MONUC), che asserisce di star provvedendo al disarmo di numerose milizie ribelli. Tuttavia anch’esso fa evidentemente fatica a controllare il territorio: infatti, per favorire il regolare svolgimento delle elezioni, in particolare nella capitale Kinshasa, si sta predisponendo un contingente UE, composto soprattutto da militari tedeschi e francesi. Non mancano le polemiche: in base al mandato predisposto tanto dall’ONU quanto dal Parlamento di Berlino (la missione è a guida tedesca), la missione avrà durata massima di quattro mesi; il periodo in cui potrebbe esservi una pericolosa recrudescenza è quello successivo alle elezioni, in cui si provvederà alla formazione del governo e di altre istituzioni. Per allora, il contingente estero sarà già altrove?

Non si dimentichi che i segnali non sono affatto incoraggianti. Il governo provvisorio asserisce di tutelare adeguatamente giornalisti e attivisti per i diritti umani nello svolgimento delle loro attività. Tuttavia una delegazione inviata dal Consiglio di Sicurezza ONU è giunta in visita tra l’11 e il 12 giugno, e nel documento che ha poi redatto ha parlato di attacchi e minacce e arresti a danno di giornalisti, difensori dei diritti umani, esponenti dell’opposizione politica, avvenuti tra aprile e maggio. Se si crea un clima in cui esponenti della stampa e della società civile temono di non poter parlare liberamente, difficilmente le elezioni potranno svolgersi in maniera libera e corretta, sostiene Human Rights Watch. Del resto, Etienne Tshisekedi, che era il contendente più accreditato del Presidente uscente Kabila nella corsa alla presidenza, ha rinunciato alla candidatura, e l’Unione per la Democrazia e il Partito Sociale, il principale partito d’opposizione, da lui diretto, invita a boicottare le elezioni proprio perché ritiene scarse le garanzie di correttezza e poco chiare le regole procedurali per lo svolgimento delle elezioni.

Un lineare resoconto storico per comprendere come si è giunti a tale stato di cose? Alla prossima puntata!

Giovanni Caputo

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