Teniamo viva la memoria.
Quello che abbiamo visto è stato
Un giorno
mi si dice: "organizziamo
un viaggio, tu ci sei?". Invece di provocare
in me un senso di gioia, mi assale una sensazione
di sgomento, tristezza e paura. Il viaggio
aveva come meta Auschwitz, e quello che è stato,
ma è un pezzo di storia che dovrebbe
passare, almeno una volta nella vita, attraverso
gli occhi e i sentimenti d'ogni uomo.
Dopo alcuni mesi mi sono ritrovato, insieme
a 52 compagni di viaggio, a varcare il cancello
del campo di sterminio. Come tanti flash
rivedo le immagini del campo che molti libri,
film e documentari ci hanno riproposto, ma
allo stesso tempo, in un istante, tutti questi
elementi mi trapassano l'anima attraverso
gli occhi, lasciandomi dentro un senso di
sconcerto tremendo. Il doppio filo spinato
elettrificato, i block, le latrine, i letti
di paglia e quelli a castello, le "docce
a gas", i forni ci calano orrendamente
e inesorabilmente in quella realtà che è stata,
quella dell'annullamento dell'identità umana
e intellettiva, prima di quella fisica. E
poi le masse di scarpe, le valigie con sopra
ancora i nomi, ultimi segni di un'identità che
diventerà un numero, e poi neanche
quello, e poi le protesi articolari, i denti,
segno che i nazisti "recuperavano e
riciclavano" tutto. E poi lo stanzone
dei capelli, quante donne e uomini c'erano
sotto quei capelli? Cosa pensavano? Cosa
facevano prima di essere rinchiusi? Chi amavano?
Quali sogni e prospettive