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viaggio
nella memoria - 10.06.06 |
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Chi
coprì la
banalità del male
La Cia ignorò le informazioni su Ricardo
Klement, alias Adolf Eichmann, il "logista" dell'Olocausto.
Lo rivelano nuovi documenti americani desecretati
Ci sono personaggi il cui passato continua
a riaffiorare dai buchi neri della storia.
Quello
di Adolf Eichmann
ad esempio. Ma anche quello di chi protesse,
semplicemente facendo silenzio, la sua fuga
in Argentina dopo
la caduta del Reich. Da una settimana ai
National Archives americani, qualcosa
come 27mila pagine
di documenti desecretati e relativi al lavoro
dei servizi segreti sui dossier che riguardavano
i
crimini di guerra di nazisti e giapponesi,
sono adesso a disposizione degli storici.
E parecchie
cose sono già saltate fuori. Ad esempio
che la Cia sapeva che Eichmann, uno dei pianificatori
della “soluzione finale”, fuggito nelle
Americhe dopo cinque anni di clandestinità nella
campagne tedesche, viveva libero e felice in Argentina.
Sapeva che l’uomo per il quale Hannah
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Harendt
coniò l’espressione “la banalità del
male”, viveva sotto il falso nome di Ricardo
Klement a Buenos Aires, per dove era salpato,
con la complicità di ecclesiastici di
rango, agli inizi degli anni ’50. Ma ignorò l’informazione.
L’intelligence americana riteneva infatti che una cattura di Eichmann avrebbe
potuto danneggiare il lavoro di altri dirigenti nazisti che erano considerati
alleati importanti degli americani. Tra questi c’era Hans Globke, consigliere
di Adenauer e che dopo il nazismo si era rifatto un nome. La Cia fece il possibile
perché il suo passato ingombrante (con non poche responsabilità nella
persecuzione degli ebrei) non venisse a galla e quando gli israeliani catturarono
Eichmann, la Cia fece pressioni sui media americani perché non saltasse
fuori il nome di Globke. La cosa era nota ma adesso un memo di Allen Dulles,
direttore dell’intelligence spiega bene come, nel settembre del ’60,
la Cia ritenesse un successo il fatto che Life avesse omesso di menzionare Globke
dopo che la prestigiosa rivista aveva acquistato le memorie di Eichmann ormai
sotto processo in Israele. Dove venne condannato a morte e giustiziato nel ’62
nel carcere Ramleh di Tel Aviv.
La sua cattura era stata rocambolesca: nel 1957 un ebreo ceco di nome Lothar
Hermann aveva scoperto che l’Obersturmbannfuhrer delle Ss, il “logista” dello
sterminio, viveva nella capitale argentina. Ne informò un magistrato tedesco
che a sua volta lo fece sapere al Mossad. I servizi israeliani preparano le cose
con cura durante tre anni e nel ’60 lo rapirono e lo trasferirono segretamente
in Israele, bypassando le procedure regolari che avrebbero impedito la sua cattura
visto che l’Argentina era stata scelta dai nazisti proprio perché non
prevedeva l’estradizione. E’ lecito supporre che in questa
operazione non furono aiutati dai colleghi americani.
I documenti desecretati raccontano ovviamente anche altre storie: quella
ad esempio di Heinz Felfe, un ex-criminale nazista ingaggiato dall’Urss e che aveva
agito come talpa all’interno della Repubblica democratica tedesca. Esiste
infatti anche l’aspetto paradossale di una vicenda storica nella quale
i responsabili dell’Olocausto diventarono corteggiatissimi protagonisti
della guerra fredda, dall’una e dall’altra parte della cortina
di ferro.
Em. Gio.
www.lettera22.it
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