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iniziative
- Viaggio della memoria
- 16.06.05 |
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Auschwitz: il peso della dignita'
di tutti
Sessant'anni
dopo Auschwitz rimane sempre un vivo e
interminabile anno
zero. Il tempo attenua e cancella tante cose
ma non questo, non l'orrore di una Shoah
abissale, di una domanda eterna di dolore
e ingiustizia che lascia tutto e tutti in
silenzio. Eppure quando oltrepassi il cancello
del "lavoro che ti rende libero" quando
varchi la torre di Birkenau sessant'anni
dopo i treni della morte sei costretto a
capire la dignità profonda del tuo
sentirti umano: riescono le mie radici a
oltrepassare l'abisso di Auschwitz? Cosa
posso e devo fare adesso dopo tutto questo?
Il mio viaggio è un viaggio nella
memoria, ma quale memoria? Forse la memoria
di un occidente, di un Europa di cui fino
alla nausea sono stato invogliato ad apprezzare
la civiltà e la cui storia, invece, è caratterizzata
da una lunga serie di massacri, sfruttamento
e oppressione? Auschwitz ti costringe a mettere
tutto in discussione, a ragionare sulla verità.
E allora, mentre cammini per vie che ti sembrano
normali e mentre cerchi di penetrare con
lo sguardo e con le emozioni caseggiati che
ti sembrano uguali a tanti altri caseggiati
che hai visto nella tua vita, sei costretto
a riflettere che proprio questo è il
punto. Il male assoluto dello sterminio nazi-fascista
era normale: basato,cioè, su un'organizzazione
della società e su un apparato politico
pienamente coerente con la nostra concezione
di mettere insieme la felicità umana
e la società perfetta. Basta pensare
al fatto che una
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delle
condizioni essenziali per preparare la Shoah
era servirsi di "ghetti" dove le
persone fossero riconoscibili. Nel "ghetto" di
Varsavia si faceva una vita apparentemente
normale: si lavorava, ci si amava e ci si
divertiva; eppure la morte e l'oppressione
si facevano notare gradatamente in maniera
ora nascosta ora manifesta. Finchè a
un certo punto, in perfetta continuità con
la ghettizzazione precedente, cominciò la
soluzione finale. Ebbene il ghetto è una
splendida invenzione della nostra società democratica:
Harlem a New York o Soweto a Citta del Capo
o Porta Nuova a Torino. Certo è molto
diverso ma quale è esattamente il
confine? Io, ad esempio, penso al fatto che
Harlem e tanti altri ghetti neri sono il
prodotto della tratta degli schiavi attraverso
cui gli Americani hanno deportato, trucidato
e ridotto alla miseria 112 milioni di africani
e non so dare una risposta. Ognuno nella
società nazi-fascista aveva le sue
piccole dosi di responsabilità e trasgressione,
in modo che non ci fosse pericolo che la
macchina della morte si inceppasse: ci sarebbe
sempre stata una giustificazione (male minore;
essere in una condizione di costrizione;
dover obbedire a un ordine; non immaginare)che
avrebbe fatto viaggiare l'orrore. Quella
che Hanna Arendt ha chiamato la "banalità del
male". Cosa voglio dire? Che lo sterminio
non sarebbe stato possibile senza l'applicazione
di tantissimi comuni impiegati che a Auschwtiz
come a Roma e Berlino registravano le matricole
dei treni della morte oppure il numero dei
decessi nei campi di sterminio e alla voce "causa
della morte" con la stessa naturalezza
sceglieva tra un elenco di malattie non contagiose
quella che più gli piaceva. Senza
l'attiva collaborazione della classe dirigente
della Bayer, della Siemens e di tantissime
altre imprese tedesche che sfruttavano il
lavoro disumano dei deportati nei campi (ancora
oggi quelle stesse imprese negano i risarcimenti
morali ai discendenti di quei deportati).
Senza la comunità scientifica di allora
e degli anni successivi che si basò nelle
sue ricerche su molte delle deliranti premesse "scientifiche" su
cui si basavano i folli esperimenti del dottor
Mengele. Il buco nero della Shoah non sarebbe
stato possibile senza gli abitanti di Mauthausen.
Mauthausen è una ridente cittadina
austriaca vicino Vienna, ma è anche
un nome sinistro legato ad uno dei più importanti
campi di sterminio nazista. Ebbene dal 1938
al 1945 una popolazione di civili che aveva
tutte le possibilità di sapere e di
vedere ha imparato a considerare le strade
che percorreva unicamente come percorsi per
passare da un luogo all'altro (casa-lavoro)
senza interessarsi a quello che vedeva. Nel
febbraio del 1945, 497 prigionieri tentarono
la fuga dal campo. I civili, gli abitanti
della cittadina e dei paesi vicini accettarono
la versione che queste persone denutrite,
provate, ridotte a scheletri umani erano
pericolosi criminali. Si scatenò una
vera e propria caccia all'uomo. Solo due
famiglie accolsero, nascosero e salvarono
i prigionieri. Potrei continuare ma gli interrogativi
e le considerazioni non servono a fermare
il dolore e lo smarrimento di un qualcosa
che può uccidere un futuro. Io questo
ho provato: ho visto la catastrofe e il terremoto
che può stare dietro la nostra indifferenza,
il nostro silenzio e le nostre giustificazioni
morali nella quotidianità; il nostro
vedere la storia sempre allo stesso modo.
Per me questo significa "MAI PIU' AUSCHWITZ".
Gianluca Vittorio |
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